Con memoria grata ripercorriamo i primi passi che hanno portato alla Beatificazione…
È importante sottolineare che la fama di santità di Madre Antonia, elemento imprescindibile per avviare il Processo, è stata subito molto viva: le Suore sempre hanno invocato la sua protezione e sentito la sua presenza; la gente, che conservava nitido il ricordo della sua vita santa, la invocava e otteneva esaudimento alle sue richieste.
È durante il primo Capitolo generale dopo l’approvazione pontificia, celebrato a Roma nel 1911 che, nella Sessione del 10 agosto, alle ore 15.00, le Capitolari deliberarono, con votazione unanime, di dare inizio alla Causa di beatificazione della “Venerata Fondatrice”.
Dal verbale: “… la Vicaria Generale suor Zaccaria Bonomelli, con parola calda d’amor filiale, tesse l’elogio della Venerata Fondatrice che le memorie chiamano “donna illustre” per la carità squisita e per lo spirito di abnegazione che informò ogni suo atto; e le Capitolari, con visibile commozione, si mostrano grate alle buone Superiore di tanta sollecitudine amorosa con cui s’adoperano per ravvivare nella comunità il ricordo della pia Fondatrice e bramose di cooperare secondo le loro forze, morali, intellettuali e materiali, per la felice riuscita di questa Causa”.
Per dare un primo contributo concreto, seduta stante, fecero una colletta.
Diversi eventi, fra cui lo scoppio della Prima guerra mondiale, rimandarono di 16 anni l’inizio del Processo Diocesano, la prima fase di un Processo di Canonizzazione.
In questo tempo un grande impulso venne dato sia dal Vescovo di Ivrea, mons. Filipello, sia dalle Superiore generali: a Madre Felicino Perino, confermata nel Capitolo del 1911, successe, nel 1916, madre Zaccaria Bonomelli e, a questa, nel 1921, Madre Giuseppina Girodo: ci si preoccupò della stesura di una biografia della Fondatrice (indispensabile per l’avvio di una Causa) e si raccolsero preziose testimonianze.
Il 6 gennaio 1937 nella Lettera pastorale della Quaresima, in un lungo paragrafo intitolato “Madre Antonia Maria Verna”, mons. Filipello annunciò ai fedeli “con vera gioia dell’animo” questo importante evento della Chiesa Eporediense, definendo la “Serva di Dio gloria di questa Diocesi e del nostro Canavese”.
Il Processo diocesano si aprì a Ivrea il 6 aprile 1937.
Ci furono 64 sessioni, alcune delle quali a Rivarolo per favorire la deposizione delle persone più anziane del luogo; furono ascoltati 56 testimoni: 3 sacerdoti, 27 laici di Rivarolo e Torino, 26 religiose dell’istituto. Il Processo si concluse il 20 marzo 1939.
Dalle Testimonianze del Processo:
“Fin da giovinetta sentiva gran cuore e pietà per i poveri e prestava la sua opera di bene a qualunque ammalato, soprattutto povero e abbandonato; come pure si occupava delle bimbe povere, insegnando loro il catechismo, a leggere e a scrivere”. (Meaglia Pietro, pensionato).
“Nell’adempimento della sua missione faceva affidamento unicamente sulla preghiera e sull’aiuto della Divina provvidenza…Era tanta la sua povertà che era priva di tutto e del poco che aveva se ne privava per gli altri”. (Mattè Manlio, Avvocato).
A cura di sr Raffaella Giudici
