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Oggi la Chiesa ricorda una giovane santa, Clelia Barbieri, vissuta nel bolognese, e di cui quest’anno si celebrano i 150 anni dalla morte, avvenuta il 13 luglio 1870, all’età di 23 anni.
23 anni: una manciata di giorni, una vita appena sbocciata, un’esistenza che pare sprecata, perché finita troppo presto. Ma troppo presto rispetto a che? 23 anni sono più o meno 8.400 giorni, 201.600 ore, e più di 12 milioni di minuti… Detto così fa un certo effetto e fa comprendere che non esiste un tempo breve ed un tempo lungo. Esiste solo il tempo vissuto, gustato a pieno e quello no.
Clelia ha vissuto i suoi giorni di ragazza in maniera appassionata, appassionata del Vangelo e dell’annuncio. Desidera ardentemente essere catechista, cioè parlare di Gesù a tutti, trasmettendo quella passione che ardeva nel suo cuore. E lo fa così bene e così “con gusto”, che nonostante la sua istruzione non proprio elevata e la sua età ancora acerba, le persone la cercano e si rivolgono a lei come maestra e come madre.
C’è un’altra bella caratteristica di Clelia: a lei non piace fare le cose da sola ed i suoi doni desidera condividerli con altri. Insieme ad alcune amiche, giovani come lei, iniziano un gruppo di preghiera, vita comune e servizio. Sono una squadra, un team che si riunisce attorno all’Eucaristia ed al Vangelo. Insieme parlano delle cose che contano, delle cose di Dio; insieme si sostengono, si entusiasmano e non si fanno spaventare dalle difficoltà. Insieme, si occupano soprattutto della formazione e dell’educazione di altre ragazze. Insieme. Ecco il segreto! E così, quando Clelia muore, la sua passione continua a vivere nella sua squadra, nelle sue sorelle e nelle sue figlie. Fino ad oggi.
Clelia Barbieri, santa e saggia. 23 anni ben spesi.

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La donna della settimana stavolta… è una bambina! Una piccola bolognese, di nome Imelda Lambertini, vissuta nel XIV secolo e che la Chiesa ha proclamato beata solo nel 1826.
La storia di Imelda, morta a soli 13 anni dopo aver ricevuto per la prima volta la S. Eucaristia, ha dell’incredibile, tanto che si potrebbe scambiarla per una favola, facendola iniziare con un “c’era una volta”...
C’era una volta una bambina di nome Maria Maddalena, che i suoi genitori avevano affidato alle Suore Domenicane di S. Maria Maddalena. Nel monastero, la piccola aveva ricevuto un nuovo nome: Imelda.
Imelda, che partecipava insieme alle suore a tutte le funzioni liturgiche, aveva un unico grande desiderio: poter ricevere Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia. Poiché a quel tempo non era consentito ai bambini di partecipare al banchetto eucaristico, Imelda doveva accontentarsi di seguire il momento della comunione dal suo posto al primo banco della chiesa, finché un giorno… Finché un giorno, il 1 maggio 1333, vigilia della Solennità dell’Ascensione, un pezzetto di Ostia consacrata si staccò dal ciborio che il sacerdote teneva tra le mani per fermarsi così, a mezz’aria, proprio davanti alla piccola Imelda. Di corsa, il sacerdote scese dall’altare per andare a comunicare Imelda che, pochi minuti dopo, con il viso trasformato dalla gioia, morì.
Così termina la breve storia della beata Imelda, una storia dolce come una favola, che però ha un messaggio da affidarci, in questo tempo di digiuni eucaristici. I tredici anni della vita di Imelda sono “consumati” da un desiderio: quello di essere in comunione con Gesù. Un desiderio così alto e così forte da divenire realtà: nel miracolo di una particola librata nell’aria ma ancor prima ed ancor più in una vita vissuta eucaristicamente, nell’attesa, nel silenzio, nella pace e nella gioia. Il desiderio mi plasma e mi cambia, mi fa divenire simile a ciò che desidero. Ma cosa desidero? Quale è la stella che mi manca e a cui aspiro? Per Imelda era Gesù Eucaristia. Per me?

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Oggi la Chiesa fa memoria di S. Caterina da Siena, patrona d’Italia, compatrona d’Europa, vergine e dottore della Chiesa. Una sfilza di “titoli” per una giovane morta a soli 33 anni, che imparò a leggere e a scrivere solo da grande e che soffrì molto nella propria vita, dal punto di vista fisico e non solo. Insomma, una donna grande nella sua semplicità o, meglio, grande per la sua semplicità, cioè grande della Sapienza di Dio, che rivela i suoi segreti ai piccoli e confonde invece i superbi.
Il 20 agosto 2000, a conclusione del Grande Giubileo dei Giovani, a Tor Vergata, Papa Giovanni Paolo II, citò proprio una frase di Santa Caterina da Siena, estendendola non alla sola Italia bensì al mondo intero, per spalancare ai giovani le porte della missione nel Terzo Millennio: «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta il mondo».
Nella lettera originale (Lettera n° 368), scritta a Stefano Maconi, Caterina ammoniva il caro discepolo contro la tiepidezza, causata dall’ingratitudine che nasce dal non riconoscere l’Amore di Dio ed i molti benefici da lui ricevuti… E Caterina continua: «se in verità li vedessimo, il cuore nostro arderebbe di fuoco d’amore; e saremmo affamati del tempo, esercitandolo con molta sollicitudine in onore di Dio e salute delle anime».
L’intercessione di Santa Caterina ci faccia fuggire atterriti dalla tiepidezza; ci doni il coraggio di essere quello che dobbiamo essere, di divenire ciò che -davanti a Dio- siamo, per poter diventare “piromani di Dio”. quelli che mettono fuoco, ma fuoco d’amore, d’entusiasmo e di missione, a tutto il mondo.
Accendiamoci!

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