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Venerdì, 25 Settembre 2020 06:56

Donna della Settimana: Chiara Luce (IO HO TUTTO!)

25 settembre 20210. 25 settembre 2020.

Sono passati 10 anni dalla Beatificazione di Chiara Badano, una giovane ligure morta di tumore il 7 settembre 1990, all'età di 18 anni. Chiara Lubich, Fondatrice del Movimento dei Focolari cui anche "Charetta" apparteneva, l'aveva ribattezzata Luce: Chiara Luce, come quella che emanava dai suoi occhi e che ancora ci sorride attraverso le sue immagini.

Ma quale è il segreto della santità di questa ragazza sportiva, con tanti amici, che non brillava molto negli studi ma che sin da quando aveva 9 anni ed il suo parroco le aveva regalato un Vangelo, aveva deciso di non rimanere analfabeta del messaggio di Gesù? E' il vivere "stando al gioco di Dio" e dunque gustare la vita, goccia a goccia, assaporando ogni giorno, ogni attimo, ogni incontro, ogni attività. E' scorgere la presenza di Dio nelle cose piccole che ti accadono e dunque sempre dire: "Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anche io". Chiara ha trascorso l'ultimo periodo della sua vita completamente allettata, lei che amava scorrazzare in bicicletta e motorino, incontrarsi con gli amici al bar del paese, nuotare e fare tuffi... Chi l'ha incontrata, ancora ricorda la luce dei suoi occhi e l'atmosfera di quella stanza, "piena di Dio". Qualche tempo prima di morire, in un messaggio registrato ai Giovani del Movimento dei Focolari, Chiara diceva: "Ho capito che se noi fossimo sempre in questa disposizione d'animo, pronti a tutto, quanti segni Dio ci manderebbe. ho compreso anche quante volte Dio ci passa accanto e non ce ne rendiamo conto". VOCE DI CHIARA LUCE

Ecco, santità è semplicemente cogliere Dio qui ed ora e vivere "da Dio" il momento presente, senza rimpianti per quello che era stato e senza pre-occupazioni per il futuro.

Ecco perchè Chiara Luce, anche nella malattia, nel dolore, sapendo di avere "i giorni contati" ( ma chi non li ha?) ha saputo dire: "Io ho tutto!" Ho tutto avendo perso tutto; ho tutto senza trattenere nulla. Ho tutto perchè possiedo la Sapienza di Dio, che è pura semplicità. Che mi insegna a contare i miei giorni, mettendoli a frutto. Qui ed ora.

Buon anniversario, Beata Chiara Luce! Prega per noi!

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Martedì, 15 Settembre 2020 07:04

Donna della Settimana: l'Addolorata

15 Settembre, l’Addolorata. Stabat mater dolorosa…
Alle madri di Beirut, di Benghazi, di Damasco e di Gerusalemme; alle madri di tutto il Medio Oriente ferito. Alle madri che attraversano i mari con i figli in braccio; a quelle che in quegli stessi mari muoiono. Alle madri dei campi profughi di tutto il mondo. A quelle che in quei campi non riescono neppure ad arrivare. Alle madri crocifisse con i loro figli dalla povertà, negli slums e nelle megalopoli della terra. Alle madri dei desaparecidos di ieri e di oggi. Alle madri delle vittime del terrorismo, del razzismo, dell’integralismo e di tutti gli ISMI che albergano nel cuore degli uomini. Alle madri che passano le notti in ospedale, a quelle che hanno i figli in una comunità di recupero. Alle madri con i figli in carcere.
Alle donne che piangono. Alle donne che stanno, che resistono ai piedi delle croci di questo mondo.
Maria, madre di tutte le madri che piangono, prega per noi.

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Da una antica omelia di san Giovanni Damasceno: 

« O figlia tutta santa di Gioacchino e di Anna, che apparisti nelle braccia di tua madre, alimentata dal latte materno! Figlia amata di Dio, onore dei tuoi genitori, generazioni di generazioni ti proclamano beata, come tu stessa affermasti con verità!
O figlia degna di Dio, bellezza della natura umana, riabilitazione di Eva, la nostra prima madre! Grazie alla tua nascita, colei che cadde fu redenta.
O figlia della razza terrena, che porti nelle tue braccia divinamente materne il Creatore! I secoli rivaleggiavano tra di loro per sapere chi avrebbe avuto l'onore di vederti nascere, ma il disegno fissato in anticipo da Dio, «che fece i secoli» pose fine a questa rivalità, e gli ultimi divennero i primi, essi a cui fu attribuita la felicità della tua Natività.
In verità, tu sei più preziosa di tutto il creato, perché soltanto da te il Creatore ricevette in condivisione le primizie della nostra materia umana. La Sua Carne fu fatta dalla tua carne, il Suo Sangue dal tuo sangue; Dio Si nutrì del tuo latte, e le tue labbra toccarono le labbra di Dio. O meraviglie incomprensibili e ineffabili! Nella prescienza della tua dignità, il Dio dell'universo ti amò; perché ti amò, ti predestinò, e negli «ultimi tempi» ti chiamò all'esistenza, e ti fece Madre per generare un Dio e alimentare il Suo proprio Figlio e Verbo.
O divino e vivente capolavoro, in cui Dio Creatore si rallegrò, giacché non è neanche per te che tu nascesti! Avrai prima la tua vita per Dio, ed è per causa Sua che venisti in vita, per causa di Chi servirai alla salvezza universale, affinché l'antico disegno di Dio, l'Incarnazione del Verbo e la nostra divinizzazione si compia tramite te.
Maria, figlia dolcissima di Anna. Come descrivere il tuo camminare pieno di serietà, i tuoi abiti, la grazia del tuo viso, la maturità del discernimento in un corpo giovanile? Il tuo modo di essere era modesto, lontano da qualsiasi lusso e da qualsiasi indolenza; il tuo camminare era grave, senza fretta, senza pigrizia; il tuo carattere era serio, temprato dal giubilo, da una perfetta riserva riguardo agli uomini - testimonianza di ciò è l'inquietudine che ti assalì quando l'angelo ti fece la proposta. Docile e ubbidiente ai tuoi genitori, avevi umili sentimenti nelle più alte contemplazioni, parola amabile, proveniente da un'anima pacifica. In sintesi: che altra degna dimora se non tu per Dio? Con ragione tutte le generazioni ti proclamano beata, o gloria insigne dell'umanità! Tu sei l'onore del sacerdozio, la speranza dei cristiani, la pianta feconda della verginità, perché è attraverso di te che la fama della verginità si estese ai confini del mondo.
. O figlia di Gioacchino e di Anna, o Sovrana, tu sei l'unica speranza e gioia, la protettrice della vita e, insieme a tuo Figlio, la riconciliatrice e solida garanzia di salvezza».

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Domenica, 30 Agosto 2020 13:39

Donna della Settimana: Febe, la diaconessa

«Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch'essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso»: così Paolo presenta, all’inizio del capitolo 16 della Lettera ai Romani, Febe, di cui la Chiesa celebra la memoria ogni 3 settembre.
Diciamo che, nonostante il suo nome sia inserito nel martirologio romano e scritto sui calendari, di Febe conosciamo proprio poco ed è un peccato, perché questa donna ha davvero molto da raccontarci, nonostante le scarse notizie biografiche che su di lei sono state tramandate. Eppure Paolo, in soli due versetti, tratteggia un ritratto molto vivo e accalorato di Febe, presentandola come sua sorella, a lui apparentata da un legame molto stretto: la parentela della Grazia. Febe, continua Paolo, ha protetto lui e molte altre persone. Ha protetto, cioè si è presa cura: come una madre, come una donna. Di più, Febe è una ministra, una diaconessa, ossia una donna che, all’interno della comunità cristiana cui apparteneva -quella di Corinto- aveva un compito particolare di servizio, svolgeva un ruolo di leadership. Non era una “sacerdotessa” o aspirante tale, no; ma probabilmente viveva -come anche altre donne della Chiesa delle origini- una ministerialità tenera e materna, sull’esempio di quella di Maria, Madre della Chiesa. In questa veste, la tradizione dice, forse Febe è arrivata a Roma come portatrice della Lettera scritta dall’Apostolo a quella comunità: messaggera della Buona Notizia, missionaria che precede Paolo sui passi del Vangelo. Che bello! Che bello pensare che il messaggio più alto scritto da quest’uomo infaticabile, colonna della Chiesa, sia stato affidato ad una donna, affinché lo proteggesse con cura materna, lo porgesse con tenerezza e lo rendesse comprensibile a tutti, come solo le madri sanno fare.
Santa Febe, prega per la Chiesa che è a Roma e nel mondi intero: perché sia sempre più aperta e disponibile ad accogliere il ministero delle donne, tenero e forte, che sa prendersi cura e proteggere, instaurando legami di fraternità.

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L’altro ieri, 22 agosto, è stato l’overshoot day, ossia il giorno in cui si esauriscono le risorse annuali della terra. In altre parole: da ieri fino al 31 dicembre saremo in debito con Madre Terra.
Non è che ci si possa sdebitare così facilmente, ma forse è bene in questa settimana, fare memoria di una donna speciale, che ha fatto della sua vita un inno all’ecologia integrale. Amando la terra. Amando i poveri, e insegnando i poveri ad amare la terra.
Il suo nome? Wangari Muta Maathai, di nazionalità kenyota, prima donna africana a vincere il Nobel per la pace, nel 2004.
Wangari, di etnia kikuyu, nasce all’ombra del Mount Kenya, in una nazione ancora sotto la colonizzazione degli inglesi. Il fratello convince la mamma a mandarla a scuola insieme a lui; a scuola si fa notare per la sua intelligenza tanto che i missionari di Nyeri la aiutano a continuare gli studi nell’unica scuola privata femminile, a Limuru, dalle suore di Loreto. Ci penseranno le suore, poi, ad aiutarla ad andare all’Università, niente meno che negli Stati Uniti.
Wangari studia biologia e poi torna nel suo paese e continua a studiare e insegna e capisce che il dono che le è stato fatto può e deve andare a beneficio di tutta la sua gente. E, professoressa all’ Università di Nairobi, dedica parte del suo tempo a… piantare alberi! Piantare alberi per combattere la desertificazione, curare la terra per aiutare i poveri. Wangari riunisce attorno a sé altra gente, donne soprattutto e fonda il cosiddetto Green Belt Movement, allo scopo di creare una cintura verde che fasci l’Africa di speranza.
Ma Wangari sa che tutto è profondamente interconnesso e che non basta piantare alberi. Occorre anche sdradicare pregiudizi e dare nuova speranza ai poveri. E così Wangari e le sue compagne iniziano ad impegnarsi in politica, contro le discriminazioni, per essere voce di chi non ha voce. E, dopo il Nobel, sarà eletta ministro dell’ambiente in Kenya, il suo paese.
Wangari oggi non c’è più, a causa di un cancro che se l’è portata via troppo presto. Ma Wangari c’è ancora, piccolo seme piantato nella fertile terra d’Africa e che continua a dare buoni frutti, continuando a testimoniare l’importanza di curare con amore la nostra casa comune. Insieme a tutti quelli che la abitano.

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Mariam nasce a Ibillin in Galilea e già dalla sua nascita la sua è una vita frutto della speranza e dell’affidamento totale. Ella è infatti la tredicesima figlia di mamma Mariam e papà Georges che avevano con dolore perso appena nati i suoi dodici fratelli. Mariam e Georges decisero di fare un pellegrinaggio a Betlemme per rimettersi alla materna protezione di Maria alla quale domandarono una figlia che nacque loro il 5 gennaio 1846.
Tanti sono i fatti della vita della giovane Mariam Bawardi che l’hanno toccata nel profondo, tante le città che ha attraversato e gli apparenti ostacoli ma un desiderio è rimasto costante nel suo cuore: la ricerca di Dio. Nel 1859 Mariam vedrà per la prima volta la Vergine che la curò quando venne ferita gravemente alla gola e, negli anni successivi, ebbero luogo molti altri incontri, estasi e infine le stigmate e la transverberazione del cuore. A 19 anni entra nel noviziato delle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione a Marsiglia ma, respinta la sua richiesta di prendere i voti, entrerà poi nel Carmelo di Pau sui Pirenei con il nome di Maria di Gesù Crocifisso. Il “piccolo niente” di Gesù, come lei stessa amava chiamarsi, ha sempre invitato se stessa e gli altri a vivere la virtù dell’umiltà: “La santità non è la preghiera, né le visioni o le rivelazione, né la scienza del ben parlare, né il cilicio, né le penitenze,bensì l’umiltà”. A Lourdes Mariam sentirà chiaramente la chiamata a fondare un Carmelo a Betlemme e l’autorizzazione per realizzarlo le arrivò a firma di Papa Pio IX. Il Carmelo sarà inaugurato il 21 novembre 1876.
Poco meno di due anni dopo, Suor Maria di Gesù Crocifisso morirà alla giovane età di 32 anni.

Grande viaggiatrice , Mariam ha capito ben presto che il più bel viaggio è sulla strada della santità sui passi di Cristo Crocifisso e Risorto con la Vergina Maria.
La sua Fede è grande ma semplice, alla portata di tutti:"cercate Dio solo senza fermarvi a nulla di creato… Dio solo è tutto".
La sua Speranza riposa sulla sua Fede in Gesù e questa speranza sta a tutta prova:"Credete che la gallina se vedesse venire il nemico non nasconderebbe i suoi pulcini sotto le sue ali per difenderli? Credete che Gesù non può fare come la gallina ? Che egli non possa nascondere i piccoli e difenderli dai grandi? Allora perché temete?"
L ‘Amore di Cristo l’abita costantemente e la fa sovrabbondare di carità per le sue sorelle. Mariam  fa eco al Cantico dei Cantici : "Chi ha consolato il mio cuore ? Sei tu mio Ben Amato. Chi ha rinfrescato il mio cuore ? Sei tu Amore mio".

Il messaggio  di Mariam è un messaggio di speranza e d’amore, un messaggio d’incoraggiamento alla santità attraverso la via dell’umiltà, della semplicità; ella ci insegna che l’ultima parola non è mai la sofferenza, non è mai l’abbandono, non è la croce bensì la gloria, la resurrezione e la luce. Il Calvario non è l’ultima parola ma la porta verso una vita migliore.

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Sfogliando le cronache della nostra presenza in Libia, ci si accorge della grandezza e della bellezza della consacrazione a Cristo vivendo lo stile gratuito di Madre Antonia. Le nostre sorelle sono state delle vere testimoni della grande carità. di Cristo pagando nel 1969 con l’espulsione dalla quarta sponda, la loro fedeltà alla Parola incarnata nelle parole e nella vita.
Suor Ancilla è stata una di queste ‘piccole lampade’ accese a Bengasi. Appena professa nel 1922 è ivi inviata come educatrice nella scuola della Missione Cattolica. Insegnare, educare per una figlia di Madre Antonia significa lasciare un segno nella vita dei prediletti dell’Unico Maestro Gesù.
Dal 1922 al 1942, la maestra Suor Ancilla ha lavorato con impegno nella scuola: aveva sempre il sorriso sulle labbra, era molto calma aiutava tutti i bambini specialmente i più bisognosi di aiuto; aveva uno sguardo speciale per ogni piccolo e per ogni persona. Stava con e per la gente e il poco tempo libero lo passava davanti al Santissimo per implorare grazie per tutti specialmente i piccoli, i poveri e le piccole ragazzine ex-schiave riscattate dai Missionari. Una maestra che sapeva sacrificarsi e consigliare con tanta delicatezza e amore.
Nel 1942 quando la scuola fu chiusa a causa della guerra, Suor Ancilla ritornò a malincuore in Italia con l’ultima nave militare che partiva da Bengasi. Nel 1953, però, fece ritorno in Libia come superiora della comunità e nel 1960 come prima delegata eletta per le tre comunità della Libia alle quali fu aggiunta la comunità nascente di Itiso, in Tanzania. Le cronache parlano dell’amatissima madre guida comprensiva in ogni contingenza della vita e mamma amorosa: «La madre delegata ha il suo occhio e il suo cuore materno per le tre comunità da essa dipendenti, nonché con la lontana Itiso, ove giunge con la frequente corrispondenza e materiali soccorso.»

La sua parola forte e soave rimaneva impressa nel cuore delle sue figlie perche improntata ad un sentimento di profonda umiltà. Esortava a fare guerra spietata all’egoismo, e alle critiche che tanto contrastano la regina delle virtù la Carità. Invitava e incitava ad una conoscenza più profonda della vita di Madre Antonia, sperando che tale conoscenza portava pure alla pratica dell’altra virtù propria della nostra Congregazione: la semplicità.

Ancora oggi nel 2020 le suore che hanno conosciuto sr Ancilla ricordano la sua opera squisitamente materna; vera anima missionaria e già solerte educatrice per tanti anni in questa terra libica, essa sapeva farsi tutta a tutti dimentica di se e della sua precaria salute, sempre sollecita del bene spirituale e temporale di ogni singola persona e di tutte le sorelle.

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La vita di Marta è tutta lì, nel suo nome che deriva dalla lingua aramaica e significa “Signora della casa”. Signora di una casa che non ha segreti per lei, perché la abita e la rende unica, con i profumi dei fiori e delle erbe aromatiche, gli odori delle salse e dell’agnello che cuoce a fuoco lento, il mattarello che lavora veloce il pane arabo e la creatività nel preparare la tavola e la destrezza nell’aggiungere posti per gli ospiti di passaggio.


Marta è la tipica donna medio orientale, cioè ospitale per natura, cultura e tradizione, perché sa che chi siede al tuo tavolo non è invitato ma padrone; questo il significato dell’espressione araba di benvenuto: ‘Ahlan Wasahlan’ … che è come dire… la mia casa è la tua e condivideremo tutto.
Ecco, questa è Marta: una che condivide tutto con Gesù, che lo riconosce come suo Padrone: padrone della sua casa, signore della sua vita. La sua fede grande, che dimostrerà ampiamente il giorno della morte improvvisa del fratello, nasce in cucina, nasce con l’ospitalità intessuta nel quotidiano, nasce con il servizio umile. La fede delle piccole cose diventa fiducia nell’ora della prova.


Dio onnipotente ed eterno, il cui tuo Figlio fu accolto come ospite a Betania nella casa di santa Marta, concedi anche a noi di esser pronti a servire Gesù nei fratelli, perché al termine della vita siamo accolti nella tua dimora.

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Oggi la Chiesa celebra la memoria di Santa Lidia, una donna che ha duemila anni e non vuole invecchiare.
Lidia nasce a Tiatira, un piccolo centro dell’odierna Turchia, molto attivo e vivace dal punto di vista commerciale. Anche Lidia è una venditrice, e non da poco. Gli Atti degli Apostoli ci dicono infatti il suo mestiere: commerciante di porpora, che nell’antichità era la stoffa dei re e degli straricchi. Insomma, Lidia era un’imprenditrice del tessile, una donna in carriera che forse proprio per i suoi affari si era spostata a Filippi, in Macedonia; dove incontra Paolo di Tarso.
Paolo era arrivato a Filippi in seguito ad un sogno e forse non sapeva bene neanche lui cosa fare in quel continente europeo per lui tutto nuovo, in cui mai avrebbe pensato di arrivare. A Filippi neppure c’era una sinagoga e quindi Paolo ed i suoi, un po' ad intuito, decidono di andare in riva al fiume: là qualcuno ci dovrà pur essere, se non per pregare, almeno per lavare i vestiti o fare la scorta di acqua. E infatti, in riva al fiume, Paolo trova un gruppetto di donne, riunite; che bella questa immagine di donne che fanno gruppo, che si incontrano, che si trovano insieme per parlare, lavorare, pregare! E che fanno subito spazio a Paolo e ai suoi, perché si siedano, perché parlino con loro, perché raccontino la loro storia.
Piano piano, dal gruppo delle donne riunite emerge lei, Lidia. Emerge dal silenzio. Emerge nel silenzio. Gli Atti dicono che “Lidia stava ad ascoltare” e che “il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo”. La donna in carriera si fa discepola, torna tra i banchi di scuola ed apre mente e cuore a quello strano e nuovo messaggio che un uomo dal brutto aspetto ma dalla parola incantevole le stava porgendo. Paolo parla di un uomo, un uomo come nessun altro, un uomo fatto Amore, un Dio fatto carne. Lidia si fa più attenta, pondera quelle parole che sanno di novità; lei il mondo degli uomini lo conosce bene. Con loro doveva competere ogni giorno e solo lei conosceva le fatiche e anche le umiliazioni affrontate per raggiungere la sua posizione. L’uomo di cui parlava Paolo, però, era diverso: era morto in croce per tutti; aveva sparso il suo sangue, rosso come la porpora che lei commerciava. Era un uomo mai visto: buono e potente, forte e misericordioso. Era Dio; morto e risorto, il Primo e l’Ultimo; il Vivente. Anche adesso, mentre Paolo parlava, quell’Uomo era lì. Vivo.
Lidia è attenta, riflette, medita, pondera. E decide. Decide con quella stessa prontezza che aveva negli affari; decide perché capisce che quella è l’affare della sua vita, il “colpo grosso”: prendere o lasciare. E Lidia prende. Prende tutto. Prende subito. Ma, con finezza tutta femminile, non prende tutto per sé: condivide. Il tesoro trovato al fiume, lo condivide con la sua famiglia. E se finora aveva ascoltato, adesso parla: comunica la Bella Notizia ai suoi e li convince ad accogliere il messaggio portato da Paolo; e poi convince, anzi costringe i missionari ad accettare di essere ospitati nella sua casa.
Ecco, questa è Lidia, prima cristiana un poco Maria ed un poco Marta; ascoltatrice attenta, generosa ed ospitale. Di poche parole, ma di quelle giuste. Non ci è dato di sapere cosa abbia fatto dopo quel sabato memorabile. Avrà continuato con i suoi affari, probabilmente; ma oltre la porpora, avrà iniziato a promuovere e pubblicizzare la Bellezza della Parola. Quella Parola che le aveva aperto il cuore, che le aveva detto come tutto il suo trafficare e faticare avesse un senso. E che il miglior investimento della sua vita lo aveva fatto fermandosi ad ascoltare quel giudeo mingherlino che parlava benissimo il greco.

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La storia di Marina, una santa molto venerata in Libano ma poco conosciuta al di fuori del Medio Oriente, è davvero molto particolare. Marina nacque in una famiglia cristiana di umili origini, da genitori molto religiosi. Dopo la morte della madre, il padre decise di vivere insieme ai monaci basiliani, nel deserto ed affidò la piccola Marina a dei parenti. La tristezza di entrambi, dovuta alla lontananza, costrinse il padre, su consenso e desiderio della figlia, ad escogitare uno stratagemma per farla ammettere anch’ella in convento; fu così che raccontò all’egumeno (l’abate), che gli chiese motivo della sua malinconia, di avere lasciato un figlio a casa, il quale, tra l’altro, desiderava entrare anch’egli nel monastero. L’Abate, commosso dal racconto di Eugenio, che stimava e teneva in grande considerazione, acconsentì all’ammissione del figlio nel monastero.
Allora, tornato a casa, rasò i lunghi capelli della figlia, la vestì da uomo e le cambiò il nome in Marino, dopodiché si misero tutti e due in cammino verso il monastero. Nel corso del lungo viaggio il padre istruì la giovane quattordicenne nella lettura, le espose i comandamenti e la vita di Gesù, insegnandole tutto quello di cui avrebbe avuto bisogno per combattere le “insidie del nemico”; come ultima cosa si fece promettere dalla figlia che non avrebbe mai dovuto rivelare a nessuno la sua vera identità. Vissero così assieme, nella stessa cella, per tre anni, dopodiché Eugenio passò a miglior vita.
La giovane Marina, però, continuò in solitudine la vita monastica osservando meticolosamente i comandamenti e la dottrina impartitagli dal padre, progredendo di giorno in giorno in virtù, attraverso un’intensa attività di preghiera, meditazione e digiuno, diventando ben presto un esempio per tutti i confratelli e per questo fu amato dall’Abate più degli altri.
Ogni mese alcuni monaci, a turno, venivano inviati dall’Abate nei paesi vicini per svolgere affari economici e non di rado capitava che a metà del viaggio, con l’avvicinarsi della notte e sostassero in una locanda per recuperare le forze. Un giorno fu inviato anche fra Marino che, assieme agli altri confratelli, passò la notte, come di consueto, nella solita locanda. Il locandiere aveva una figlia che rimase incinta di un soldato che, casualmente, soggiornò nella locanda lo stesso giorno in cui soggiornarono i monaci. Fu così che la figlia del locandiere, istigata dal demonio, accusò di molestie fra Marino. I genitori della ragazza infuriati si presentarono al convento raccontando l’accaduto all’Abate che, incredulo, considerando la santità di Marino, lo fece chiamare per udire dalla sua bocca se le accuse mosse fossero vere. Inverosimilmente Marino non si discolpò ma, dopo aver pensato a lungo, si mise a piangere pronunciandole seguenti parole: “Padre, peccai, sono apparecchiato alla penitenzia”.
A questo punto l’Abate dopo averlo punito duramente lo cacciò. Marino, dunque, visse per tre anni di stenti nei pressi del monastero, giacendo per terra, piangendo ed affliggendosi per un fatto da lui non commesso, pregando e facendo penitenza con grande umiltà, non raccontando mai a nessuno dell’accaduto. Visse cibandosi di erbe selvatiche e accettando qualche elemosina. Dopo qualche tempo Marino, stanco e colpito al fisico dal continuo e duro lavoro, fu trovato morto nella sua cella, all’età di 25 anni. Fu così che scoprirono che in realtà Marino era una donna e tutti cominciarono a piangere e a battersi il petto per le ingiurie e le afflizioni che gli avevano fatto. Quel giorno il corpo, su ordine dell’egumeno, fu lasciato nell’oratorio per la devozione della gente. I giorni seguenti in molti, dei paesi vicini, accorsero al capezzale della santa che poco dopo fu seppellita all’interno del monastero.
Marina, insegnaci ad essere veri dentro e fedeli alla Verità. L’abito conta nulla; ciò che importa è il cuore ed un cuore fedele a se stesso.

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